Archive for May, 2009

Quando sei nato non puoi più nasconderti

Quasi sempre posto solo film che mi sono piaciuti, o che palesemente mi hanno dato fastidio, a mio giudizio umile e sereno, aperto al dibattito. Questo film di Marco Tullio Giordana è interessante.

Il commento sulla retro copertina del dvd recitava “9 minuti di applausi ininterrotti al festival di Cannes”, ma questo non vi induca in tentazione di evitarlo (visto che la maggior parte delle persone che conosco ha pregiudizi inaffondabili sui film e la critica francese) o vi inciti a vederlo, poi se la cosa può trovarvi in accordo lo scoprirete alla fine comunque.

Si parte da un banale incidente che avviene su una barca a vela: un bambino, in vacanza in Grecia col babbo, di notte non riesce a prender sonno e sale da sotto coperta, ma scivola e cade in acqua. A bordo si accorgono dopo qualche ora che il bambino non c’è più e tornano a cercarlo disperatamente. Per fortuna, però, Sandro viene tratto in salvo da una barca che trasporta clandestini in Italia, e inizia la sua avventura.

Quello che fa riflettere è poter vedere con altri occhi e attraverso un’altra prospettiva il viaggio di tante persone che cercano riparo nel belpaese, toccando un tema scottante come l’immigrazione senza dare al film un’impostazione retorica o troppo pesante. Mi piacerebbe sentire qualche commento, non per fare spoiler, solo che ho qualche quesito sul finale…

 

Il bambino con il pigiama a righe

Dopo una caterva di mesi di sosta prima sul comodino, sul tavolo, nella libreria, ho preso in mano questo libro di John Boyne, che in spagnolo fa “El niño con el pijama de rayas”. Non per far bella figura, ma l’ho letto in spagnolo e questo è anche uno dei motivi che mi ha indotto a ritardare, anche se l’ho finito in tre giorni.

La scrittura è delicata e scorrevole, e invoglia a scoprirlo pagina dopo pagina. Bruno è un bambino tedesco che viene trasferito assieme alla famiglia in una casa a fianco al campo di Auschwitz, dove suo padre è in comando come alto ufficiale. Ogni dettaglio che si aggiunge alla trama, lo scopriamo passo dopo passo attraverso gli occhi del bambino che da grande vuole fare l’esploratore. Chi sono quelli col pigiama a righe che stanno dentro “Auscit”, come la chiama lui, e perchè la sua famiglia è fuori dalle barriere di filo spinato? Nessuno spiega ai bambini come stanno davvero le cose, e non si possono azzardare a chiederlo, perciò Bruno decide di capire da sé qual’è la diversità che fa stare separata quella gente dal resto. Conosce così Shmuel, e impara con lui il significato di molte parole e azioni fino a prima senza spiegazione.

 

il peggior tizio del rock’n'roll

Questa recensione la trovate qui.

Micah P Hinson e la sua America tra folk e post rock

Micah P Hinson sale sul palco con una formazione estremamente ridotta, che lo vede alla voce e chitarra, accompagnato dalla moglie Ashley alle tastiere e dal batterista Nicholas Phelps. Si inizia con “You’re only lonely”, brano tratto dal secondo album “The Opera Circuit”, meno complesso nell’arrangiamento ma eseguito fedelmente rispetto alla versione del disco, seguito da “Beneath the rose”, ballata costruita su un arpeggio quasi ipnotico che si può considerare un suo classico. Il set è interamente caratterizzato dall’uso della chitarra elettrica e da suoni che richiamano alla tradizione country con venature post rock. È il silenzio che stupisce continuamente: mentre lui canta il pubblico lo ascolta partecipe, e se qualcuno accenna le parole della canzone viene zittito, il concerto va seguito con attenzione e rispetto. Dall’ultimo album, “The red empire orchestra”, ci fa sentire una bella “When we embraced”: struttura classica e impeccabile arrangiamento. Passato il momento country con banjo e chitarra, nel quale Hinson dimostra di essere impregnato della musica delle sue origini e di divertirsi molto a suonarla, si cambia registro con “Diggin’ a grave”, eseguita in versione elettrica con riverberi quasi noise. Belli e spiazzanti i pezzi con batteria in quattro e ritmi sospesi, quando va oltre la calma urlando qualche parola. Dall’ultimo album suona anche l’intima “Tell me it ain’t so”, mentre “Patience”, da “The gospel of progress”, con un crescendo che non lascia scampo e la voce rotta, preannuncia la fine del concerto, data dall’acclamata “The leading guy”: pezzo dalle varie interpretazioni che parla di un musicista, il peggior tizio del rock n’roll… chissà di chi parla.

(un grande ringraziamento a dario)