Archive for January, 2010

Rifletto d’arte

Lungi da me salire sullo scranno e roteare le ditina in aria per giudicare nella sua totalità l’arte contemporanea. Non sono un’esperta ma un’amante discontinua, perciò questo post non avrà la complessità né l’ampiezza che l’argomento richiede, è solo una piccola riflessione che mi punzecchia da sempre e che riemerge costantemente nei discorsi, come qualche giorno fa è accaduto. Magari a qualcuno vien voglia di dire la sua. Poi lo avete notato, che quando un argomento spunta parlandone tra amici, rispunta anche in altre conversazioni con altre persone? Certo, probabilmente è solo opera nostra, finché l’interesse sull’argomento non si è placato per un poco. Fine del disclaimer!

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Si osserva che  in questi ultimi anni la politicizzazione delle opere e del messaggio veicolato è minore che in passato, preferendo forse la libertà creativa e il tentativo di sensibilizzare il fruitore tramite vie traverse, meno dirette. Insomma, ripensavamo alle biennali scorse, passeggiando per Venezia. A parte alcune opere che scioccano d’intensità o che lasciano indifferenti, quali cose ci sono rimaste in mente? Io ne ricordo tante, la maschera con l’ossigeno da respirare, il dizionario con tutte le parole cancellate dal bianchetto e sostituite con “pain”, il vinile grattato dalla puntina che produceva un rumore sordo, un bebé ricostruito che sembrava vero, ossa di dinosauro… posso continuare ancora, e molti dei ricordi sono di opere piuttosto banali. Spesso, alcuni tentativi che la persona “media”, cioè una che approccia l’arte ma non è né artista né critico esperto, finiscono nella zona “beh, sta roba poteva farla anche mio nipote che ha sei anni” (o come dice provocatoriamente, però, Bonami, “Lo potevo fare anch’io”). Come dar torto, spiegando che questa è arte e quindi è diversa? I materiali  a volte poveri, essenziali - sono reperibili in qualsiasi negozio, le immagini fredde e distaccate risultano banali, fanno parte della quotidianità reale che ognuno può aver vissuto. Vero anche è che molte delle opere sono spesso frutto di performance multimediali, effimere tuttavia non per questo meno interessanti e fortunatamente sfuggenti alle classificazioni facili.

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Può dunque esistere un’arte rivoluzionaria, ancora? Il contesto e il peso del passato sembrano negarlo. Nell’ansia della globalizzazione che ha investito tutto il mondo, si studiano allora nuove frontiere: la bioarte, ad esempio. Dove tutto ha una data di scadenza, al cui termine verrà gettata via, perchè non pensare a un fiore contenente il proprio dna, modificato e intrecciato a quello della pianta, che un giorno morirà anch’essa ma almeno di morte naturale e non per cambio di mode e gusto nel pubblico pagante. Forse esiste ancora la “vita lontana da ogni cliché”…

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Moon

Opera che porta il figlio di David Bowie, Duncan Jones, sulle tracce della SFX degli anni Sessanta in un’ottima miscela: scenografie, citazioni (Kubrik in primis) e una splendida interpretazione di Sam Rockwell.

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Sam Bell è un’astronauta che lavora sulla Luna da tre anni per estrarre il materiale che fornisce l’energia pulita utilizzata sulla Terra e che ha risolto il problema energetico del pianeta. Bell, però, giunto quasi allo scadere della sua missione, è isolato a causa di un problema con le trasmissioni che rende impossibile il collegamento diretto Terra-Luna e da tre anni non riesce a comunicare direttamente con la sua famiglia né con i datori di lavoro. Ridotto a monologhi solitari, la sua unica compagnia è il robot Goerty (doppiato da Kevin Spacey, che replica esattamente il timbro incolore di Hal 9000), che si prende cura di lui e gli fa compagnia, umanizzato dallo schermo che proietta emoticon - che mi ricordano tanto gli anni Ottanta -.

Lo stile lineare lo rende un ottimo film, intelligente e ben curato, dal sapore retrò arricchito dalla colonna sonora che restituisce l’inquietudine di una storia dove il protagonista deve riuscire a sopravvivere al suo stesso essere.