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gli ultimi giorni

Non volevo vederlo, per il semplice e forse sciocco motivo che Kurt Cobain è uno dei personaggi che più ha influenzato la mia adolescenza e non nascondo di provare una sorta di venerazione nei suoi confronti per tutto ciò che ha rappresentato. Così come non ho voluto leggere il suo diario per anni, né vedere le varie schifezze che prosperano appena un mito lascia questo mondo. E’ capitato, ce l’avevo sottomano e ho visto il film.

lastdays

Tanti silenzi, inquadrature fisse lunghissime, dialoghi scarni o inesistenti, spesso incomprensibili… Non mi aspettavo niente del genere ma non ne sono rimasta delusa, meglio questo ritratto anti-divinità che qualcosa di idolatrante del tipo che figata la vita di una rockstar. Si raccontano gli ultimi giorni della sua vita, tra amici indifferenti e sofferenza, incapacità di agire in sequenze che appaiono interminabili e confuse, e che a volte si ripetono da diverse angolazioni. Immagini dentro immagini e pensieri, senza nessuna volontà di svelare misteri ma soltanto un occhio distante che osserva con obiettiva freddezza la fine di un mito.

 

milk

Sono andata al cine aspettandomi grandi cose, ho visto Milk.

Sean Penn è davvero ottimo nel ruolo del primo omossessuale americano dichiarato che nel 1978 è riuscito a ottenere un incarico politico in California. Il film, diretto da Gus Van Sant, è la biografia di Harvey Milk, girata in stile documentario - alcune scene sono tratte da archivi dell’epoca - che ripropone i tratti salienti della vita di quest’uomo politico, assassinato da un ex consigliere comunale assieme al sindaco di San Francisco.

Molto spazio è lasciato nella storia alle lotte per l’affermazione dei diritti degli omosessuali e alla dura repressione che hanno subito centinaia di persone, picchiate e discriminate per il loro orientamento sessuale, con immagini e parole che non possono lasciare indifferenti.

Se da un lato, perciò, il film è coinvolgente e fa leva sull’animo dello spettatore, aiutato anche dall’interpretazione di Penn (candidato all’Oscar), dall’altro lato risulta a tratti lento e forse retorico, per quanto la prospettiva sia totalmente condivisibile.