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Il bambino con il pigiama a righe

Dopo una caterva di mesi di sosta prima sul comodino, sul tavolo, nella libreria, ho preso in mano questo libro di John Boyne, che in spagnolo fa “El niño con el pijama de rayas”. Non per far bella figura, ma l’ho letto in spagnolo e questo è anche uno dei motivi che mi ha indotto a ritardare, anche se l’ho finito in tre giorni.

La scrittura è delicata e scorrevole, e invoglia a scoprirlo pagina dopo pagina. Bruno è un bambino tedesco che viene trasferito assieme alla famiglia in una casa a fianco al campo di Auschwitz, dove suo padre è in comando come alto ufficiale. Ogni dettaglio che si aggiunge alla trama, lo scopriamo passo dopo passo attraverso gli occhi del bambino che da grande vuole fare l’esploratore. Chi sono quelli col pigiama a righe che stanno dentro “Auscit”, come la chiama lui, e perchè la sua famiglia è fuori dalle barriere di filo spinato? Nessuno spiega ai bambini come stanno davvero le cose, e non si possono azzardare a chiederlo, perciò Bruno decide di capire da sé qual’è la diversità che fa stare separata quella gente dal resto. Conosce così Shmuel, e impara con lui il significato di molte parole e azioni fino a prima senza spiegazione.

 

il giorno prima della felicità

Ora ammetterò una cosa che mi costa…non avevo mai letto Erri De Luca. Certo, nel bigliettino decennale sul quale annoto i titoli da leggere c’era anche lui, ma non mi ero mai decisa a prendere il suo libro. E, inaspettatamente, mi è arrivato in regalo Il giorno prima della felicità.

E’ un libro scorrevole, con la profondità che uno scrittore del suo calibro riesce ad avere senza sforzo apparente. Parla di Napoli e di persone che la hanno vissuta, e mentre leggi i sapori e i profumi ti entrano nelle narici e in bocca. C’è un ragazzino solitario che scopre la vita e la sua città attraverso i racconti di un portinaio, che gli insegnerà molto e che lo aiuterà, senza saperlo, a diventare uomo. E c’è Anna, l’amore.

Ci sono molti passi che rasentano la poesia, nella storia. Ultimamente mi sembra sempre di essere a corto di parole, di non voler svelare troppo per paura di guastarvi il piacere. E di tutto quello che ho letto, mi resta la voce nella testa, una voce antica, che dice “T’aggia imparà e t’aggia perdere”.

 

E sulle case il cielo

Mi è capitato tra le mani al lavoro, e vorrei invitarvi solamente a leggerlo… E’ un libro di poesie e disegni bellissimo, scritto da Giusi Quarenghi e illustrato da Chiara Carrer.

Vincitore di alcuni premi, questo libro delicato è pieno di dolcezze e momenti soprendenti che con parole semplici scandiscono emozioni e il passare delle stagioni. E sì che qualcuno ancora ha dubbi sulla letteratura per bambini.

 

particelle elementari

Sono ancora febbricitante, tuttavia ho voglia di condividere le impressioni sull’ultimo libro letto.

Ebbene sì, dopo un iniziale rifiuto durato quasi un decennio, ho ripreso in mano Le particelle elementari di Michel Houellebecq. Mi aveva tanto impressionato all’epoca il breve passaggio sulla decomposizione dei corpi umani dopo la morte, che non pensavo ci avrei trovato qualcosa di interessante dentro.

Il libro procede in maniera diseguale: a tratti romanzesca, in altri tratti molto scientifica e filosofica, creando una dissonanza costante che segue i personaggi fino alla fine e che, però, non disturba il lettore.

Michel e Bruno sono le due particelle elementari delle quali titola il romanzo, figli della stessa - odiata o non considerata - madre ma di padre diverso, simili ma diversi. Entrambi hanno un legame problematico con il sesso, Michel cerca di azzerare sentimenti e pulsioni arrivando alla quasi totale assenza di emozioni, mentre Bruno diventa patologicamente dipendente da esso e alla continua ricerca di piacere. In un modo diverso, i fratelli si trovano a percorrere una ricerca comune ma con strumenti differenti, e spesso ne dialogano riportando citazioni interessanti e filosofeggiando quasi con freddezza solamente emotiva e non intellettuale.

“Era la fine degli anni Settanta; lui e Bruno avevano vent’anni e si sentivano già vecchi. Era una sensazione destinata a continuare: si sarebbero sentiti sempre più vecchi, e ne avrebbero provato vergogna. Ben presto la loro epoca sarebbe riuscita a escogitare la seguente inedita trasformazione: annegare il sentimento tragico della morte nella sensazione più generale e apatica dell’invecchiamento.”

Molte parti del libro sono dedicate a un’aspra critica delle filosofie hippy e new age di cui a partire dagli anni Sessanta in poi la nostra cultura è stata pervasa, intrecciando storie e personaggi che di essa sono stati emblemi o miseri partecipanti, anche se le condanne più severe vengono riversate sulla società che ne è frutto, quella attuale.

“La società erotico-pubblicitaria in cui viviamo si accanisce a organizzare il desiderio, a svilupparlo fino a dimensioni inaudite, al tempo stesso controllandone la soddisfazione nel campo della sfera privata. Affinchè la suddetta società funzioni, affinchè la competizione continui, occorre che il desiderio cresca, si allarghi e divori la vita degli uomini.”

Il film, che vidi anni fa, mi ha rovinato un poco le fantasie evocate dal testo, e di certo non è paragonabile alla sua complessità, sebbene il finale - di cui non dirò ovviamente parola, diverso per altro dal film - mi ha lasciato perplessa.

 

 

Il topo

Ho finito da poco Firmino e ho alcune considerazioni da fare.

Ero stata tratta in inganno da fascette rosse inneggianti la grandezza dell’autore e commenti sull’ultima di copertina rilasciati da vari autori stimati o meno, anch’essi in un tripudio di belle parole dedicate al romanzo. Di solito non lo faccio mai, dico, leggere queste cose. Ma quale che sia il motivo, le ho lette. E ho perciò iniziato il romanzo di malavoglia.

Firmino è il tredicesimo cucciolo di una nidiata di topi nato in una libreria di Boston negli anni Sessanta. Fragile e malaticcio, non riesce a nutrirsi a sufficienza data la scarsità di mammelle della madre e scopre attorno a sè una nuova risorsa, i libri. Comincia con l’assaggiarli, scoprendo che ognuno è caratterizzato da un gusto differente, e presto diventa anche un vorace lettore, cominciando a identificarsi con i personaggi della letteratura di ogni tempo.

Ci sono tante cose dentro Firmino, che hanno vinto anche la mia iniziale reticenza. Non è che Sam Savage utilizzi un linguaggio accattivante, se non a tratti, o che narri la storia con particolare stile, ma ha una sua peculiarità, qualcosa che percorre tutto il testo fino alla fine, che coinvolge davvero. Mi ci sono affezionata, a Firmino e al suo piano mignon, o forse alle immagini che dal libro scaturiscono e dalla passione per la lettura che trasuda ogni parola in esso contenuta.

 

Trilogia della città di K.

Ho preso in mano il libro e ho cominciato a leggerlo senza sapere bene a cosa andassi incontro, essendomi stato regalato e non avendone mai sentito parlare prima. L’ho letto in due giorni.

Il romanzo è suddiviso in tre grossi capitoli, e da subito emerge un modo di scrivere scarno che mira all’essenziale, a farti entrare nel personaggio che racconta la propria esistenza.

Si comincia a seguire la vita di due gemelli durante la seconda guerra mondiale, consegnati dalla loro madre a una nonna che vive in campagna e che li tratta senza amore, li fa lavorare, senza cure e senza educazione. I due bambini sopperiscono come possono alle carenze di affetto e non solo, lavorano sodo e si guadagnano soldi extra per potersi comprare vestiti, scarpe, sapone e tutto il necessario a una vita decente. Metodici fino all’estremo, esercitano corpo e anima a non provare dolore di alcun tipo, in un mondo che li mette a contatto continuamente con cattiveria e sofferenza.

Basterebbe per rendere la storia avvincente e viva, nello stile tagliente e secco della Kristof, tuttavia a questa storia se ne affiancano altre, in un ribaltamento di ottica e prospettiva che fa riflettere sulla storia stessa, sui personaggi che la raccontano. Ognuno di essi ha dentro un mondo, e ogni mondo è complesso e differente dagli altri, le parole si mescolano di bocca in bocca senza obiettività e non si può capire quale sia la verità. Sempre che esista.

 

Scorrete lacrime, disse il poliziotto

La sofferenza ti spinge a lasciare te stesso. Esci dal guscio piccolo e limitato. E non puoi soffrire se prima non hai amato…la sofferenza è l’esito finale dell’amore, poiché è amore perduto. È il ciclo dell’amore che giunge a compimento: amare, perdere, provare dolore, lasciare e amare di nuovo. Il dolore è la consapevolezza che ti ritroverai solo, e non c’è nient’altro oltre a quello perché essere solo è il destino ultimo di ogni singola creatura vivente.

Il dolore ti riunisce con ciò che hai perso. È una fusione. Vai con la cosa o la persona che hai amato. In qualche modo ti scindi da te stesso e l’accompagni, condividi il cammino che ha intrapreso. La segui fin dove puoi.

 

Questo è un pezzo di ciò che mi ha fatto riflettere. La scorrevolezza della scrittura di Philip Dick e il suo modo di raccontare un futuro futuribile han fatto poi il resto. Ma in questo libro si parla di tecnologie e cuore, di identità che può venir cancellata in un secondo e ti svegli in una camera d’albergo pidocchiosa che nessuno si ricorda di te. C’è anche dell’amore dentro, contorto e convulso, vissuto in modi diversi e spesso viscerali, sullo sfondo di città dominate dallo stato di terrore imposto da pol (la polizia, circa) e accettato per il quieto vivere dalla gente.

 

Come Salvatores comanda

Non sono riuscita a rientrare tra gli eletti che hanno gremito venerdì la sala del Cinemazero a Pordenone per assistere all’anteprima regionale di Come Dio Comanda, il nuovo film di Salvatores che era presente quella sera assieme a Elio Germano.

Ebbene mi sono goduta lo spettacolo in prima serata oggi (lunedì) e sono appena rientrata con la voglia di scrivere che mi è proprio piaciuto, senza dormirci neanche su, anche se lo leggerete chissà tra quanti giorni. Ormai tra i miei preferiti, Filippo Timi interpreta in maniera potente e riuscita Rino Zena, padre violento con la fissa per il nazismo e le pistole che educa come può il quattordicenne Cristiano, interpretato invece da Alvaro Caleca al suo ottimo debutto. Elio Germano si ritrova nella parte del ritardato simpatico Quattroformaggi, e riesce a riempire di umanità e tenerezza un personaggio molto complesso. Sullo sfondo di una cittadina anonima di provincia, si consumano vicende di ordinaria follia che sfuggono agli sguardi distratti, ma che se solo potessimo vedere più da vicino… E questo è ciò che impone la storia, di non soffermarsi sulla superficie, cercando invece di scoprire il perché di pensieri, atteggiamenti, vite che sono talmente vicine a noi da non accorgercene nemmeno.

Per chi ha già letto il libro non ci sono colpi di scena e la curiosità ne è smorzata (di sicuro anche voi vi eravate fatti un’idea tutta vostra dei personaggi, dalla scheggia nervosa  – per me – Rino all’adolescente un po’ sfigato Cristiano), per quanto la fedeltà al testo di Ammaniti risulti gradevole e ben sfruttata, mentre per chi vive in Friuli Venezia Giulia altri tipi di curiosità si affollano negli occhi osservando come lo sguardo di un “forestiero” ripropone le tue terre. La sensazione di vederle in un film solitamente te le rende lontane, invece ho riconosciuto la natura selvatica e dura di alcune zone pordenonesi, io che ancora non mi ci sono abituata del tutto, e le ho viste vere.

Per una delle rare volte, il film mi è piaciuto quasi quanto il libro.